| |
La campagna di annessione e conquista del Regno delle Due Sicilie ebbe la durata di 10 mesi e 11 giorni. Le vicende belliche spesse volte furono alterne ed iniziarono con lo sbarco garibaldino a Marsala (11.5.1860) dalle navi Piemonte e Lombardo (quest'ultima venne saccheggiata dalla cittadinanza dopo che si era arenata nei bassi fondali del porto).
Dopo l'instaurazione della dittatura di Garibaldi a Salemi e la battaglia di Calatafimi, i garibaldini entrarono a Palermo dove le barricate erano numerosissime. R.Pilo trovò la morte a S.Martino delle Scale in uno scontro con le truppe svizzere borboniche e l'ungherese Tukory fu ferito a morte a porta S.Antonino. Il 10 giugno due navi sarde vennero catturate all'Elba e condotte a Gaeta. Il 20 luglio la battaglia di Milazzo portò Garibaldi, dopo essere scampato alla morte, alla conquista del castello. Da li, dopo lunghe vicissitudini, il 7 settembre entro a Napoli dove l'ordine pubblico venne assicurato dai clan della camorra, su delega del ministro di polizia L.Romano. Il 2 novembre capitolò Capua, il 14.2.1861 Gaeta, il 13 marzo la fedelissima Messina. Da quel momento i moti popolari si protrarranno per diversi anni. Il cambiamento politico era avvenuto grazie anche allo spargimento di tanto oro da parte dell'Inghilterra, che sosteneva il Piemonte e corrompeva alti funzionari.
L'unita d'Italia doveva avvenire necessariamente, ma non in questo modo, che privilegiava l'annessione di una nazione che da duemila anni era stata sempre unita. Ciò portò il meridione ad un reale degrado grazie ad una serie di provvedimenti impopolari e gravidi di risultanze negative. I tre quarti dell'oro delle casse del nuovo stato provenivano dal sud, vennero introdotte numerosissime tasse e la coscrizione militare obbligatoria (4 anni), a discapito della popolazione e della campagna. Venne abolito il tradizionale diritto d'uso delle terre demaniali da parte dei contadini. La chiusura delle manifatture dei tabacchi, che portò il monopolio al nord, causò la disoccupazione. Anche la forzata cessazione di attività delle industrie tessili del napoletano o le fabbriche di armi della Calabria produssero lo stesso effetto. Queste tematiche sociali porteranno alla fine del secolo allo scontro di classe e all'emigrazione. Lo stato borbonico era all'avanguardia in tantissimi campi (prime scuole pubbliche scoperte scientifiche, prima ferrovia, sconfitta della pirateria, potente marina mercantile, nuove tecniche del restauro conservativo attuato per tutti i templi della Magna Grecia, bonifiche e interventi di risanamento del territorio, Napoli e Palermo erano città più grandi per numero di abitanti di Torino, Genova o Roma).
La speranza di una restaurazione non era finita, anche se era passato troppo tempo, infatti i legittimisti tentarono di riorganizzarsi affidando l'onere della missione impossibile al generale carlista spagnolo J.Borjés (il carlismo era un movimento monarchico legittimista, cattolico tradizionalista che raccoglieva i reazionari antiliberali. Il pensiero politico si basava nel lemma: Dio, Patria, Fueros, cioè gli usi e costumi giuridici della comunità, e Re, non per la persona o la dinastia ma in quanto rappresentante della Corona). Borjés era l'espressione morale e politica più alta della Catalogna. Fedelissimo, capo coraggioso, condottiero brillante, abile stratega, ardente di fede religiosa, di natura aristocratica - cavalleresca, conoscitore della guerriglia, uomo di grande carisma, reduce delle vittorie contro i rivoluzionari a Solsona e Ripoll in Spagna. II movimento legittimista europeo approvò l'impresa, poiché vide rivivere lo spirito cattolico della Vandea e appoggiò le scelte prese nella sede dei Borbone a Palazzo Farnese a Roma e dal comitato borbonico di Marsiglia. Le correnti ideologiche che spinsero all'azione erano due: una aristocratica (Trono e Altare) l'altra popolare (Dio e Re), queste tendenze vennero erroneamente chiamate romantiche da B.Croce, che ridusse gli alti "ideali " o il credo cattolico a puri sentimenti, avulsi da una ragione indotta dalla verità. Certamente le spinte controrivoluzionarie non erano piegate ad una pretesa intellettualistica astratta.
Il Borjés partito da Marsiglia e passato da Malta, finalmente il 13.9.1861 sbarcò a Brancaleone sulle coste ioniche della Calabria. Egli aveva avuto il compito di coordinare i vari gruppi contrari alla Rivoluzione Nazionale per formare un esercito. La piccola compagnia era composta dal luogotenente francese A.Langlois, 18 ufficiali spagnoli e due italiani. La marcia ebbe inizio e scopo della prima operazione era il ricongiungimento con le truppe del brigante Carmine Donatello Crocco di Rionero nel Vulture. Il termine brigante oltre al significato attribuito a chi vive fuori dalla legge, nella storiografia ha assunto una valenza spregiativa, ascritta a tutti coloro che si erano opposti con le armi al nuovo ordine instaurato dalla rivoluzione francese, per difendere la loro patria e la loro religione. Subito dopo la costituzione del Regno d'Italia i briganti restarono senza guida politica, poiché i nobili lealisti si erano rifugiati all'estero per le dure persecuzioni. Moltissimi ufficiali e soldati borbonici erano stati deportati nei campi di concentramento del Piemonte. La repressione da parte del generale Cialdini nei confronti dei reazionari, fino all'ottobre dello stesso anno, portò alla fucilazione di 8.968 persone fra cui 86 prelati e all'uccisione di 100 donne e bambini.
La successiva legge Pica contro il brigantaggio, con i rastrellamenti, gli incendi di interi villaggi e paesi provocò l'uccisione di 13.000 esseri umani. La lunga marcia di Borjés proseguì per tutta la Calabria tra stenti e pranzi occasionali; una sola notte dormì al coperto. Rifugiatosi sull'Aspromonte venne attaccato dal brigante Mittica, che lo arrestò e disarmò, in quanto diffidente di questo straniero che lo avrebbe dovuto comandare. Ma i piemontesi attaccarono il brigante e Borjés, per motivi contingenti, riabbracciò le armi e riuscì a divincolarsi dall'accerchiamento. Alcuni briganti lo seguirono ed il 9 ottobre venne occupata Catanzaro per breve tempo, poiché dovette rifugiarsi alla macchia in Sila per più di un mese. Questo territorio era controllato dal brigante C. La Galla, che non volle mai sottomettersi all'autorità del Borjés. Costui era gia entrato in Basilicata per incontrare Carmine Crocco. L'incontro non fu tra i più felici, ma finalmente iniziò una collaborazione tra i due. Infatti lo stesso giorno venne occupata Trivigno, in posizione imprendibile che domina il Basento. In questa città ebbe modo di organizzare in modo più ottimale il suo esercito, rimanendovi due settimane. In pochi risposero alla chiamata alle armi, era trascorso troppo tempo dalla caduta di Napoli e Borjés stesso in precedenza lo aveva sottolineato. Alla fine reclutò circa 2.000 uomini, la maggior parte contadini e briganti ai quali si erano aggiunti ex militari borbonici. Seguirono le vittorie di Acianello, dove vennero uccisi quaranta nemici, l'occupazione di Grassano e Vaglio. Sarà a Pietragalla (Potenza) che verrà segnata la sorte di Bones. In prossimità di quella città doveva congiungersi con i briganti della Puglia e della Capitanata (distretto di Foggia). In quel centro abitato la lotta si protrasse casa per casa, la popolazione da sempre sostenitrice del liberalismo si oppose al Borjés. Qui avvenne un fatto strano: il tradimento di Crocco, infatti durante la lunga battaglia in un momento molto favorevole ai legittimisti, improvvisamente si udirono dei forti e nitidi squilli di trombe, che indicavano la ritirata (forse gli stessi di Calatafimi?).
La storiografia ufficiale parla di tante trombe, raccolte da tutte le parti e suonate dalla guardia nazionale del paese vicino che accorreva in aiuto della nuova "Gerico". Concretamente il segnale di ritirata era stato dato da Crocco. Successivamente la compagnia si sciolse, dopo che Borjés venne spogliato durante il sonno, di tutti gli averi della spedizione, e abbandonato con i pochi suoi uomini. Da quel momento il generale spagnolo pensò di raggiungere Roma attraverso l'Abruzzo. L'ardimento e l'abilita tattica che lo distingueva fece si di non cadere nelle mani del nemico sin dallo sbarco in Calabria. Le truppe piemontesi lo braccarono sin da quel momento, ma lui si dileguò sempre tra i boschi e le campagne del meridione. Sempre per tradimento venne arrestato a Carsoli (L'Aquila) in un casolare, dato alle fiamme dai piemontesi, dopo un conflitto a fuoco che provocò quattro morti fra le sue fila e cinque tra i bersaglieri. Condotto a Tagliacozzo venne fucilato il 15 dicembre, mentre intonava, nella sua lingua madre, una preghiera rivolta a Gesù e Maria. Vennero fucilati 11 spagnoli ed otto italiani. Tutti i cadaveri furono bruciati, tranne quello del Borjés. Grazie all'interessamento del Principe di Sila e l'intervento del gen. La Marmora, due mesi dopo, il corpo del condottiero fu esumato e trasferito a Roma, dove nella Chiesa del Gesù si celebrarono le solenni esequie.
L'8 dicembre del 2003 sul posto dell'eccidio l'amministrazione di Sante Marie, nel prato antistante la cascina Mastroddi, fece erigere una nuova lapide, con la quale si ricorda l'accaduto, in termini più oggettivi, in sostituzione di quella posta nel 1966.
Franco Pasanisi
Nota: Cammino n.45 IV trimestre 2006
|
|