Partecipare ad una signora route, tanti anni fa, con gente mai vista, ma con una fama ragguardevole di trita-chilometri, fu qualcosa di emozionante anche per un vecchio lupo dal pelo bigio come me.
di Diego Torre
Partecipare ad una signora route, tanti
anni fa, con gente mai vista, ma con una fama ragguardevole di trita-chilometri,
fu qualcosa di emozionante anche per un vecchio lupo dal pelo bigio come me. Ma
già nelle prime 24 ore di attività, avendo trovato un comune stile ed un comune
linguaggio con tutti gli altri fratelli scouts delle diverse
Che dire? Bellezza di paesaggi, profondità
di chiacchierate, alta tensione spirituale? Sono cose ben note nel nostro mondo.
Ciò che più mi colpì fu il comune sentire (e pensare) di tanti uomini e donne,
appartenenti ad associazioni diversissime, che ritrovavano una patria comune. Un
qualcosa di sempre esistito nel mondo del "mito" e di cui permaneva (e, per
quanto mi riguarda, rimane) una nostalgia struggente e lacerante. La nostalgia
di un mondo in cui:
- vivere nella natura non è eccezione o
soltanto astuzia pedagogica, ma normale condizione di vita;
- il ragazzo da educare è il centro dei
pensieri, delle attenzioni, di tutti i battiti cardiaci;
- la tecnica, il gioco, l’uniforme, lo
stile non sono ritrovati per intrattenere i ragazzini, ma parte essenziale della
vita nel giusto gerarchico valore che va a loro assegnato;
- Dio è Dio; ovvero Signore, ovvero Padre,
ovvero quanto di più serio ed importante (ma anche piacevole) esista; posto al
centro di tutto, tutto ruota intorno a Lui, dentro ogni uomo e dentro ogni
società.
E tale struggente nostalgia di un passato
(per molti mai vissuto) diventava consapevolezza ed energia del presente e
progetto per il futuro. Si rinsaldava nei contatti con gli altri, con i piedi
fumanti, le gambe indolenzite, lo spirito teso a cogliere il cenno di
Dio.
Essa toccava l’apice durante le liturgie.
Lunghe ed interminabili prove, portate avanti fra sbadigli per il sonno
arretrato e la stanchezza, partorivano splendide liturgie, in cui la nostalgia
di quella patria terrestre si trasfigurava in quella per la Gerusalemme celeste.
E qui la voce di Don Sandro, quel suo modo di cantare che mi sembrava a tratti
piangente, era un elemento determinante per darci quella nostalgia di Dio e quel
desiderio di purezza, che ci facevano dimenticare ogni stanchezza e ci
conducevano più sù. E così mentre salivamo lungo il sentiero della santità a cui
tutti siamo chiamati, non potevamo che constatare che ci sono liturgie e
liturgie. E quelle di Don Sandro, per lo sforzo di preparazione, per la
perfezione dell’esecuzione, per il solido legame con l’icona che veniva
rappresentata, davano i frutti più alti.
E poi c’era lui, questo santo ed
incantevole mostro, con la sua cocciutaggine, la sua volontà d’acciaio, la sua
santità. Uno di quelli che ha preso sul serio il "si, si, no, no" del
Vangelo.
Un duro! Con sè stesso innanzitutto. Con
gli errori ed i peccati degli uomini, certamente. Autentico San Giorgio contro
ogni cedimento morale, dottrinale, metodologico, stilistico. Ma quanto amore
sotto la scorza. Per Dio innanzitutto, per ogni uomo poi, per lo scoutismo
infine. Un amore senza limiti, ne ritegni. Assoluto, totalitario! Che donava
tutto e pretendeva tutto! Prendere o lasciare!
Penso che tutti quelli che lo hanno
conosciuto abbiano preso e non abbiano lasciato. Meraviglioso riflesso di
quell’amore che Egli ci manifestò in terra e che non lasciava spazio a dissensi
o mezze misure (chiedete agli apostoli).
Ecco, Don Sandro, forse, ha imitato Gesù
soprattutto in questo: in quella violenza d’amore che conquista il Regno dei
cieli, come ci ricorda il Vangelo. Io l’ho percepito così. Spero che con la
stessa violenza d’amore, con la stessa indomita fedeltà, egli continui a
dirigere la "sua" Soviore, per la maggior gloria di Dio e per la miglior salute
dello scoutismo italiano.
Cammino N. 17 18 - II e III trimestre
1999