Un articolo insolito

Finalmente, dopo i tanti solleciti del buon Filippo Cristina, decido di fermarmi un attimo a scrivere qualcosa per la nostra rivista, e così incontrare ciascuno di voi e fare quattro chiacchiere, mentre camminiamo tutti insieme per la medesima strada che ci porta, a volte non senza fatica, verso la meta della nostra speranza: la piena maturità in Cristo. Bene, ma di che parliamo? Bella domanda! In verità gli argomenti non mancano. Si potrebbe parlare di pandemia... e già mi viene la nausea. Potremmo riflettere sulla tanto desiderata apertura delle nostre chiese e sul ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia con la presenza del Popolo... ma io non ho né l’intelligenza né la cultura per portare avanti una simile discussione. Potrei scrivere qualcosa sulla prossima Assemblea Generale... ma non mi sembra proprio il caso di farlo adesso. Ma allora, di cosa scrivere? Santi del Paradiso datemi una mano! Ehi, lassù c’è nessuno? C’è qualcuno libero, che possa scendere a darmi un suggerimento? Ma guarda: chi si vede?! San Filippo Neri, o come lo chiamavano tutti “Pippo buono”! Ma sì, è proprio lui, non mi sto sbagliando, con la sua barba bianca, con la berretta messa di traverso e con il suo inconfondibile sorriso. Ma San Filippo mio bello, come mai sei sceso tu a darmi una mano? Aspetta... ma oggi è il 26 Maggio; è il giorno della tua festa. Troppa grazia, San Filippo! Invece di festeggiare con i tuoi “colleghi Santi”, scendi qui a darci una buona ispirazione, magari un buon insegnamento, come facevi, nella Roma del XVI secolo, con i tuoi ragazzi mentre con loro andavi a visitare le sette chiese. Ma ti prego, accomodati pure. Sii il benvenuto! E allora, caro padre Filippo, dicci una parola. Noi siamo tutt’orecchi. “Figliuoli, state allegri. State allegri”. “Non voglio scrupoli, non voglio malinconie. Scrupoli e malinconia, lontani da casa mia”. Grazie, San Filippo Neri. Le tue parole sono proprio ispirate. Abbiamo veramente bisogno di gioia e di Spirito Santo, soprattutto di questi tempi, mentre vogliamo lasciarci alle spalle il prima possibile questa esperienza della pandemia che ci ha riempito di ansie e di paure, e ricominciare a vivere guardando con fiducia al futuro. Gioia e Spirito Santo. E tu, Pippo buono, sei un grande conoscitore sia della gioia cristiana che della potenza dello Spirito Santo. Raccontano le cronache che a 29 anni, la vigilia di Pentecoste, mentre pregavi nelle catacombe

di San Sebastiano, sentisti il tuo cuore colmarsi di una «gioia grande e insolita, fatta di amore divino, più forte e veemente di qualunque altra provata prima». Una palla di fuoco – simbolo dello Spirito Santo – brillò davanti a te, entrò nella tua bocca e si posò nel tuo cuore. In un istante fosti colto da un eccezionale amore ed entusiasmo per le cose divine e da una singolare capacità di comunicarli. In quel momento il tuo cuore aumento di misura e cercò posto tra la quarta e la quinta costola, che si arcuarono dolcemente per dargli più spazio. Da quel momento, con la tua dolcezza, la persuasione e il fuoco della carità hai iniziato il rinnovamento sociale e religioso della Roma del tuo tempo. Gioia e Spirito Santo: ingredienti necessari anche per il rinnovamento di questo nostro tempo, delle nostre relazioni, della nostra missione.

Cos’è la gioia?

Noi pensiamo che la gioia sia uno stato di felicità prodotto involontariamente da qualcosa che riceviamo. La gioia cristiana è un frutto, è una realtà derivata da un processo. Non si tratta di uno stato emozionale e basta. È anche stato emozionale, è anche stato interiore, verifica di se stessi e del modo di vivere, ma come derivato di un cammino, di un percorso. La gioia non ci capita, non la troviamo così per caso. Viene come processo finale di una lunga pedagogia interiore. Dice San Tommaso d’Aquino che «la gioia è causata dall’amore». Gioia e amore camminano insieme. Chi non ama non può essere gioioso. La gioia è assente dove sono presenti l’egoismo e l’odio. La gioia cristiana è una ridondanza dell’amore di Dio: non è una virtù distinta dall’amore, ma è un effetto dell’amore. La gioia ha la sua sorgente nell’amore, è un raggio dell’amore. E la sorgente dell’amore è Dio: «Dio è amore» (1 Gv 4,8). La gioia, ha detto Papa Francesco in una sua omelia, «è il respiro del cristiano». Perché «un cristiano che non è gioioso nel cuore non è un buon cristiano. La gioia non è qualcosa che si compra o che si ottiene con lo sforzo: no, è un frutto dello Spirito.

La gioia non è vivere di risata in risata; non è essere divertenti. La gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare». La gioia cristiana è ciò che provo quando faccio esperienza di essere amato teneramente e follemente da Dio. San Giovanni Paolo II, nel dicembre del 2003, spiegò che «sapere che Dio non è lontano, ma vicino, non indifferente, ma compassionevole, non estraneo, ma Padre misericordioso che ci segue amorevolmente nel rispetto della nostra libertà: tutto questo è motivo di una gioia profonda». Ecco il motivo per stare allegri: perché Dio ci ama sempre.

È o non è voce di Dio

Ma attenzione: questa gioia non è facile da custodire. Essa è sempre minacciata dagli scrupoli, dalla malinconia, dai sensi di colpa, dalla tristezza. Che molto spesso si spacciano per voce di Dio. Ecco perché San Filippo Neri diceva spesso: “scrupoli e malinconia, lontani da casa mia”. Qualcuno spesso mi chiede: ma come faccio a capire qual è la voce del Signore? Intanto ti posso dire quale non è la voce del Signore. Quando ero in seminario il padre spirituale mi diede da leggere un libretto sulla preghiera del cuore. E vi trovai scritto, in sintesi: attento, perché Dio parla. Parla attraverso le Scritture, parla attraverso il creato... parla attraverso la coscienza. Ora, questa cosa della coscienza mi ha subito colpito. Ho sempre pensato di avere una voce interiore nella quale il Signore si esprimeva. Però la mia coscienza è stata sempre un po’ complicata, perché - lo ammetto - ho una coscienza tendente al perfezionismo e che quindi si comporta sempre come un giudice spietato. Anche nei migliori giorni della mia vita arriva sempre un puntino nero, una nota vocale in cui c’è “Ah... però... se avessi fatto così...”. Fortunatamente, cominciando a studiare Sacra Scrittura e approfondendo l’ebraico e il greco, ho avuto due dritte che mi hanno fatto tanto bene e che condivido con voi. I nomi che noi diamo all’essere maligno sono principalmente due: “satana” e “diavolo”. Satana deriva dalla radice ebraica “satàn”, che significa accusare. Per capire meglio, il satàn lo troviamo anche nel libro di Giobbe. È quello che deve trovare il pelo nell’uovo, in maniera da poterti imputare un capo d’accusa. Ti dice: “Va bene, va bene, però...”. Diavolo invece deriva dal greco “dia-ballo”, che contiene tutti i significati della radice ebraica satàn, ma in più ha anche il significato di separare, dividere. Consideriamo quello che è stato l’intuito dei nostri avi quando hanno dato al male questi nomi. Non è la voce di Dio quella che ti fa venire i sensi di colpa, che ti accusa, che ti dice che non vali niente, che ti dice di lasciar perdere, che ti dice: “Ma tanto fai schifo, ma che vuoi cambiare? Ma lo vedi che hai combinato? Non sei capace di fare una cosa buona...”. Non è la voce di Dio quella che ti dice di mandare a quel paese quella persona, di mettere zizzania, di dire “Meglio soli che male accompagnati”, di chiudere le porte in faccia a questo o a quello... Questa voce non è quella di Dio. Insomma alla fine ho capito che quella voce dei sensi di colpa che mi fregava e mi attanagliava tanto non era la voce di Dio. Ma del resto non può essere la voce di Dio.

Infatti dice San Paolo: «Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica» (Rom 8,33). Dio ti rende giusto. Dio ti prende per mano quando hai sbagliato e ti porta altrove, non ti fa stare con la testa attaccata al passato. Non avrebbe senso, perché del passato tu non puoi cambiare niente. Divisione e senso di colpa Ci sono due modi molto pratici per affrontare queste due sfumature del male. Per quanto riguarda la divisione, attenti alla “cultura dello scarto”. Siamo sempre tentati di dire: “Tu sì, tu no!”. Invece costruiamo fraternità. Per quanto riguarda i sensi di colpa, mi diede un buon consiglio il mio padre spirituale, un giorno, mentre stavo a pregare nella cappella del seminario. Ero da solo e abbastanza preoccupato. Mi vide lì, si avvicinò e mi chiese: “Come stai?”. E io: “Pieno di sensi di colpa”. E lui mi rispose: “Non ci perdere tempo con te stesso. Tu pensa agli altri, che a te ci pensa Dio!”. Ricorda che, se frutti dello Spirito, come dice San Paolo, sono «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22), tutto quello che provoca odio e mette tristezza, angoscia, impazienza, ira, intolleranza, cattiveria, paura, divisione, non viene da Dio ma dal nemico della nostra gioia. E allora, via scrupoli… via malinconia… via sensi di colpa… Possiamo allontanare ciò che non dà gioia e non mette pace ricordando la fedeltà di Dio, ricordando magari quelle situazioni in cui abbiamo sperimentato di essere oggetto della tenerezza del Signore. Custodiamo gelosamente nella mente e nel cuore quei pensieri che ci danno pace e gioia e allontaniamo da noi, con l’aiuto dello Spirito Santo, tutto quello che ci rende tristi e ci fa dubitare di essere figli amati dal Padre. Grazie, San Filippo, per averci illuminati con questo tuo consiglio spirituale. Con lo Spirito Santo e con la gioia possiamo trasformare questo tempo di pandemia in un’opportunità, e diffondere in questo nostro mondo malato di infelicità la medicina buona dell’amore. E ora ti lascio andare, caro padre Filippo, sicuramente avrai tante altre cose da fare. Ma prima di tornare a quel Paradiso che è sempre stato oggetto dei tuoi desideri, c’è qualcos’altro che vuoi dire a me prete e alla bella famiglia degli Scout San Benedetto?

 


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