“Corri, Sorridi, Prega”

Corri, sorridi, prega. Perché mai proprio in quel momento gli tornarono alla mente quelle parole? Appostato silenziosamente dietro un cespuglio, le ginocchia piantate sul terreno umido, Matteo stava con gli occhi puntati su quella lanterna accesa, cercando di scacciare quella tensione fastidiosa e controproducente. Doveva rimanere calmo e razionale per riuscire a entrare in quel fortino, una veloce azione che gli avrebbe permesso di vincere quel gioco notturno. E magari anche il campo, visto che si trattava dell’ultima fase del Grande Gioco, e Dio solo sapeva quanto quei punti gli servivano a recuperare il vantaggio che la Tigri aveva sulla sua Gufi. Calma e razionalità, dunque. “È la resa dei conti” pensò. Ma perché gli vennero proprio adesso quelle parole in mente: “corri, sorridi, prega”? Matteo le aveva lette sul Libro d’Oro di Sq. la prima volta che da Capo Sq. ne aveva potuto sfogliare le pagine. Facevano parte di un ultimo messaggio di uno dei suoi predecessori, anche se non ricordava bene quale. Ne rimase colpito, senza dubbio, perché in quelle tre parole era spiegato tutto il senso dell’essere Capo Sq. Corri: sii il primo della tua Sq. e dai il massimo per loro. Sorridi: devi volere bene a tutti loro, anche ai più insopportabili. Prega: devi pregare tanto per la tua Squadriglia. Ecco, forse questo non lo aveva fatto tanto ultimamente. Durante le giornate del campo si è troppo indaffarati o troppo stanchi per pregare sul serio, con il cuore più che con la bocca. Magari adesso poteva essere il momento? Non si sarebbe offeso il Padre Eterno se gli avesse chiesto di scomodarsi per dargli una mano in un gioco? Beh, d’altronde è per il “bene” della sua Sq... Matteo chiuse per un attimo gli occhi, giunse le mani e pregò sussurrando: “Signore, ti prego, aiutami a vincere”. Riaprì gli occhi, più analitico di prima e serio come non mai: il fortino era stato segnato con il nastro bicolore con una forma perlopiù quadrata, per come era permesso dai quattro alberi che ne delimitavano i vertici. Il lato posteriore era troppo difficile da raggiungere senza farsi vedere, mentre quello frontale era ben difeso da due della Tigri. Il piano dell’attacco era stato deciso: avrebbero attaccato lui, il suo Vice Luca, Filippo e Marco, mentre gli altri sarebbero rimasti a difendere la propria base. Al segnale sonoro di Luca (due sassi sbattuti), tutti avrebbero attaccato uno dietro l’altro, confondendo i cinque difensori. La speranza era che almeno uno di loro riuscisse ad entrare per ottenere un pareggio, e se fossero addirittura riusciti ad entrare in due avrebbero ottenuto la vittoria. “Correre, lo sto facendo. Sorridere, abbiamo collaborato e organizzato un piano. Pregare, ho pregato” pensò. Non poteva andare male. Non doveva andare male. Aveva messo tutto il suo impegno in quei giorni, e un po’ gli pareva assurdo che tutto il campo dovesse contendersi alla fine in un solo Grande Gioco. Aveva bisogno di vincere: per riscattare i debiti che aveva preso quell’anno per colpa del prof di latino e greco che lo detestava, per riscattare quell’amore non corrisposto per la sua compagna di classe, per riscattare tutte le incomprensioni che si portava con i suoi genitori. Doveva riscattare se stesso con quel campo. La lanterna posta al centro del fortino illuminava i suoi bordi quel tanto che bastava per permettergli di vedere il punto da cui sarebbe potuto entrare, non appena il difensore che sorvegliava quel lato si fosse distratto. Ma in quel momento le orecchie attente di Matteo non sentirono lo schiocco di sassi che si aspettava, piuttosto un grande fracasso di rami spezzati e passi pesanti che provenivano da dietro. Matteo si girò e vide il suo novizio Benedetto arrivare ansimante e di gran corsa, diretto verso la base nemica. La sua lentezza era tremenda, grassoccio com’era, e nel giro di pochi secondi attirò su di sè le torce nemiche, in direzione del cespuglio dietro il quale era appostato il suo Capo Sq. “C’è Benedetto! E lì dietro si vede anche Matteo!” urlò Paolo, il Capo Sq. della Tigri. L’attacco fallì. Quel gioco notturno la squadriglia Gufi lo perse. E sì, i punti ottenuti dalla Tigri fecero in modo che la Gufi perdesse anche il campo. Che Matteo perdesse il campo, il suo ultimo, prima di passare al Clan. Ma la sua preghiera non fu affatto inascoltata. Quando dopo la fine del gioco si dovevano smontare i fortini per andare a dormire in tenda, Matteo era furibondo. Si diresse verso Benedetto, che era intento a raccogliere il suo maglione posato per terra, e desiderò tirargli un calcio in quel suo grasso sedere, sbraitandogli contro “che schifo hai fatto? Hai rovinato tutto!”. Ma poco prima che alzasse il piede, sentì un debole singhiozzo. Matteo si accorse appena in tempo: il suo novizio era chinato perché stava piangendo. 
“Che fai?” gli chiese duramente. Benedetto rispose bofonchiando e asciugandosi di fretta le lacrime “niente”. Non poteva essere niente. “Stai piangendo?” domandò Matteo, con un tono a metà tra l’incredulo e il rabbioso. “Non solo mi hai fatto perdere, ma ti devo pure consolare?” pensò. Poi i suoi occhi caddero sulle gambe grassocce del suo novizio e vide che erano tutte intarsiate di rosso, piene di tagli ed escoriazioni. “Ma come hai fatto a ridurti così?” gli disse chinandosi. D’un tratto provò soltanto pena ed anche vergogna per il senso di rabbia provato poco prima. Benedetto rispose “non mi fanno male, io volevo soltanto far vincere la Gufi. Ho voluto provare il tutto per tutto, come dici sempre di fare tu. Ma ho sbagliato, come faccio sempre, e ti ho rovinato l’attacco. Scusa Matteo, il campo lo perderemo per colpa mia!”. Queste ultime parole le disse con un groppo alla gola, ricominciando a lacrimare. Matteo in cuor suo sapeva davvero che il campo lo avrebbero perso per via di quella sconfitta. Era una semplice questione algebrica. Ma ciò che gli uscì dalla bocca lo sorprese e, in fin dei conti, lo cambiò. Passò un braccio sopra la spalla di Benedetto e, mentre si sentivano i fischi del capo riparto in lontananza, disse “Non preoccuparti, Benny, è solo un gioco. Sapere che hai dato il massimo mi rende fiero e mi fa credere che abbiamo comunque vinto”. Si può certamente dubitare che un adolescente impulsivo e competitivo potesse rispondere così? Può darsi. Eppure la risonanza che ebbero quelle parole nel cuore di chi le disse e di chi le ascoltò fu potente e portò molti frutti. Persino quando molti anni dopo, in quello stesso riparto, un giovane Capo Sq., Emanuele, chiese al suo Capo Riparto Matteo quale fosse il segreto per essere un bravo Capo Squadriglia. Quel Capo Riparto sorrise, scambiò uno sguardo complice con il suo aiuto Benedetto e disse “sono tre le parole che dovrai ricordare... te le dirò raccontandoti come quello lì mi fece perdere il mio ultimo campo”. E Benedetto rise.

Giorgio Palmeri


Stampa   Email

Related Articles